Guantanamo prigione aperta
Il funzionario del dipartimento di stato Daniel Fried si occuperà di Iran e Siria e paradossalmente avrà più probabilità di successo di quante ne abbia avute nel suo precedente incarico: chiudere il carcere speciale di Guantanamo. Foggy Bottom ha deciso di cancellare definitivamente l’ufficio di Fried dall’organigramma e quando lunedì Charlie Savage ha anticipato la notizia sul New York Times una domanda è sorta spontanea: ma davvero quell’ufficio era ancora in attività?
22 AGO 20

Il funzionario del dipartimento di stato Daniel Fried si occuperà di Iran e Siria e paradossalmente avrà più probabilità di successo di quante ne abbia avute nel suo precedente incarico: chiudere il carcere speciale di Guantanamo. Foggy Bottom ha deciso di cancellare definitivamente l’ufficio di Fried dall’organigramma e quando lunedì Charlie Savage ha anticipato la notizia sul New York Times una domanda è sorta spontanea: ma davvero quell’ufficio era ancora in attività? Probabilmente si trattava di uno scrupolo obamiano, un’ultima sacca di resistenza mentale all’idea che il carcere speciale nella base di Cuba fosse destinato a rimanere lì, identico a come George W. Bush lo aveva concepito, con la sua carica simbolica e le sue corti militari. Il fallimento del presidente che ha dedicato il suo primo ordine esecutivo alla chiusura di quel ricettacolo dei mali dell’America passata era già scritto da tempo nei fatti, e adesso ne prende atto anche la tardiva burocrazia ministeriale. Obama aveva creato una struttura diplomatica ad hoc per la chiusura di Guantanamo e in questi anni Fried e i suoi hanno girato il mondo per convincere i governi ad accettare i detenuti di basso livello processati dai giudici militari.
Ne hanno piazzati a decine e la popolazione del carcere durante il primo mandato di Obama è sensibilmente diminuita, ma l’assalto della realtà si è dimostrato come sempre più forte delle resistenze ideali. Il presidente e il suo dipartimento della Giustizia hanno dovuto ammettere che non c’è un modo legale per trasferire almeno quaranta degli oltre 170 detenuti di Guantanamo. L’idea di portarli in America e garantire loro un processo civile è sostanzialmente impraticabile, quella di processare a Manhattan le menti dell’11 settembre è un’immagine di gloria presidenziale fondata più nell’ambito del sogno che in quello della realtà. Chiude l’ufficio che doveva chiudere Guantanamo, mentre il carcere rimane aperto e attivo più che mai. Negli anni di Obama i militari hanno costruito nuovi edifici, la base si è allargata, hanno anche fatto un nuovo campo da calcio per i detenuti, tutti segni che la prospettiva di cancellare quella struttura era viva più che altro negli uffici di Washington. A Guantanamo i soldati non hanno mai smesso di lavorare e gli ufficiali non hanno mai smesso di processare detenuti secondo il rito marziale che ha portato mezza America in piazza contro Bush e Cheney, salvo poi cadere vittima di un’amnesia collettiva. Chiude il piccolo ufficio che doveva cancellare a colpi di ideali e burocrazia le misure straordinarie adottate per rispondere a minacce altrettanto straordinarie e intanto a Guantanamo una corte militare ascolta Khalid Sheikh Mohammed e gli altri responsabili della morte di tremilapersone.